Ipercorpo 2018 Il Padre


Dopo aver attraversato nel 2017 pensieri e azioni riguardanti il Patrimonio ci è sembrato automatico proseguire un’indagine alla ricerca del padre. Colui che etimologicamente crea e trasmette il patrimonio stesso. Il compito non è meno arduo perché le tensioni e le domande che questa parola richiama sono fondative. Hanno a che fare intimamente con la nostra esistenza dunque la faccenda si fa pericolosa. Andare alla ricerca del padre implica attraversare un territorio disseminato di parole che immediatamente ci vengono incontro, molteplici e personalissime. Proviamo a individuarne una sola. Questa parola è: richiesta. Cosa si chiede al padre? Dunque cosa chiediamo a Ipercorpo 2018? Chiediamo che sia spazio di pace, multietnico e multiculturale. Che abbracci l’Europa e il mondo senza dimenticare il quartiere e la città in cui Ipercorpo ha luogo. Che operatori internazionali e artisti si spingano oltre la loro prossimità, senza sostare unicamente su questioni legate alle loro azioni, siano esse musicali, danzanti, colloquiali o artistiche. Che gli spazi legati alla trasmissione e alla condivisione del sapere, i laboratori (numerosi quest’anno), vivano fortemente la loro processualità e la portino verso il pubblico sfuocando il centro costituito dall’atto finale, il momento della rappresentazione. Che si riesca a favorire la scoperta dell’ignoto, che miracolosamente le diverse umanità che attraversano Ipercorpo possano sfiorarsi. Operatori internazionali vagabondanti fra le architetture sociali che circondano EXATR, affezionati spettatori del festival, giovani liceali alle prese con il ripristino di un murale cileno, astanti a un simposio autunnale, bimbi che dai cortili di casa propria si affacciano a una sala teatrale per la prima volta, amanti dell’arte contemporanea, osservatori attenti o svogliati di teatro e danza, partecipanti a una liturgia laica di natura musicale che permea totalmente tempo e spazio per una intera domenica di maggio, abbonati del teatro comunale, intellettuali e universitari chiamati a osservare le azioni del festival sapendo che da un punto di osservazione si modifica ciò si che osserva, amici che decidono di passare la serata al centro festival nel cuore di EXATR senza entrare nelle sale. Possibile scambiarsi i ruoli e le propensioni anche solo per un attimo? Che sia questo il vero fatto artistico contemporaneo? Ci rendiamo conto dell’enormità delle richieste. Ma a un padre, biologico o scelto, in maniera esplicita o implicita, non si chiede di meno.


Claudio Angelini


SEZIONE TEATRO



Andare alla ricerca e alla scoperta di un percorso intorno al tema del padre si è rivelato un esercizio di ascolto e di attenzione ai particolari. I dettagli, quelli che fanno la differenza, segnano la qualità e l’identità, hanno catturato il nostro sguardo e attraversano questa edizione di Ipercorpo in cui convergono linguaggi coraggiosi, densi di ironia, profondamente connessi con le tradizioni, la ritualità, il corpo e la parola, i suoni e i gesti ancestrali. Teatro Persona con Macbettu immerge il pubblico nelle viscere del patrimonio culturale sardo e rigenera l’opera di Shakespeare con una matericità potente; Luna Cenere, dall’essenza del corpo nudo in scena fa riemergere il segreto della bellezza e in Kokoro riavvicina lo spettatore al piacere di un’estetica che rimanda alla Grecia classica più che ai canoni della società globalizzata; Andrea Costanzo Martini in TROP mette in campo un antico e delicato equilibrio di potere e condizionamenti che lega l’artista, il pubblico e la società, mentre gruppo nanou analizza gli elementi fondanti della scena e in Alphabet disegna nuovi confini espressivi. Claudia Castellucci esplora la ritualità del gesto capace di costruire nuove comunità mentre Muna Mussie, nella sua creazione OASI, si spinge in uno spazio-tempo originale in cui ritrovare la propria identità, così come accade nel lavoro del coreografo israeliano Ofir Yudilevitch che in Gravitas riscopre il piacere infantile per il gioco e la sfida, creando una raffinata partitura fatta di salti su un tappeto gonfiabile.


Claudio Angelini, Valentina Bravetti, Mara Serina


SEZIONE MUSICA



La quindicesima edizione di Ipercorpo :: il padre propone un programma musicale in cui si evidenziano due punti di partenza, il soggetto che versa e quello che accoglie: “Io e Tu, Tu prima di me. Io, quello che è dopo di Te. […] È una forza che genera se stessa, che fa crescere se stessa, è la sua propria madre, sorella, sposa, figlia, il suo proprio figlio, madre, padre, una unità, una radice del Tutto” (Simon Mago). Un presupposto semplice, che pone e rinnova con forza il tema dell’ascolto, ovvero delle modalità di filtrazione ed assorbimento di quanto ci è dato (a)udire. L’articolazione del progetto avviene attraverso due proposte cardine precise e codificate, riguardarti la ritualità e la spazialità.


Davide Fabbri, Elisa Gandini


SEZIONE ARTE



Reagire alle suggestioni del titolo è, come per le edizioni precedenti, l’occasione per riflettere sui modi di presentare le opere dentro gli spazi dell’ex deposito ATR e di farle convivere, come controcanto e contraltare teorico, con le forme e i ritmi del festival.

Quest’anno il problema è doppiamente sensibile: il tema proposto mette alla prova la capacità delle opere d’arte di uscire da gangli concettuali e autoreferenziali misurandosi con una dimensione prettamente umana (e letteraria, mitologica); una riflessione sul padre può dare le vertigini, dar vita a una mostra perpetuamente irrisolta e inesauribile.

Dunque ha preso forma, più che una mostra, l’ipotesi di una stanza (che mi piace chiamare “la stanza del padre”), un luogo dove raccogliere alcune opere sul padre che ho incontrato nel corso degli anni, spesso eccentriche rispetto alle poetiche di chi le ha realizzate.
I lavori inclusi nella stanza appartengono a linguaggi diversi e guardano al padre da prospettive e con modalità differenti: possono essere ritratti, doppi ritratti, autoritratti, cioè dispositivi capaci di sollevare il problema dell’identità in forma autobiografica e vagamente narrativa; svolgere storie e racconti custoditi al loro interno come cifre segrete; alludere al padre in termini di traumatica assenza e scomparsa, o forza da contrastare, e riaffermare, fino a ridefinirne i contorni in una forma più indeterminata e archetipica.

La stanza è anche il luogo delle parole. Nella domenica pomeriggio curo, assieme a Daniele Balicco, una giornata di incontri – a cui partecipano artisti, scrittori, registi e teorici – con riflessioni, dialoghi e racconti sulla figura del padre che oscillano tra due polarità: quella del padre naturale e quella del padre elettivo, del maestro.


Davide Ferri